In Italia c’è una grande questione giovanile: l’abbandono scolastico, il calo delle iscrizioni all’università, la disoccupazione giovanile, il lavoro precario, sottopagato e spesso completamente slegato dal percorso di studi.

Sono tutte questioni di cui ci occupiamo da sempre, ogni giorno, su cui abbiamo fatto tante proposte, che troppe volte sono rimaste inascoltate dalla politica. Ne abbiamo raccolte 10 e le abbiamo rilanciate in un appello che stiamo chiedendo di firmare ai giovani, alle lavoratrici e ai lavoratori, ai pensionati, a chiunque pensi che dando una prospettiva alle nuove generazioni si dia una prospettiva al Paese.

Chiediamo a tutti i candidati alla Camera dei Deputati, al Senato della Repubblica e alla Regione Lazio nei collegi di Roma Est, Rieti e della Valle dell’Aniene di assumere queste 10 proposte come impegni da attuare nella prossima legislatura. 

Le proposte

La disoccupazione giovanile, la precarietà e l’impossibilità di costruire un progetto di vita stabile impedisce ai giovani di emanciparsi, di svolgere a pieno la funzione innovatrice che storicamente appartiene ad una nuova generazione e di contribuire alla costruzione di un nuovo modello di sviluppo.

La Cgil ha presentato da tempo un piano straordinario per l’occupazione giovanile e femminile che punta a creare direttamente lavoro attraverso investimenti pubblici, in grado di stimolare gli investimenti privati, grazie a nuovi settori di attività economica, nuovi consumi collettivi e nuove professionalità.

Si tratta di un piano di tre anni, da 30 miliardi di euro di investimenti pubblici, per creare direttamente circa 600 mila posti di lavoro, di cui 520 mila nel pubblico impiego e 80 mila nel settore privato (cooperative e start-up), in grado di generare 1 milione e 368 mila posti di lavoro complessivi aggiuntivi e portare la disoccupazione sotto il 5%.

Si tratta di un piano concreto, elaborato dalla Cgil nazionale insieme a importanti economisti e docenti universitari, che indica semplicemente alcune priorità politiche di intervento. Fa delle scelte, diverse da quelle a cui abbiamo assistito in questi anni, e decide che la priorità è la creazione di nuovi posti di lavoro stabili. Un investimento di 30 miliardi può sembrare enorme a chi non si occupa di politica ogni giorno, ma basta pensare che dal 2015 al 2017, i governi che si sono susseguiti hanno stanziato 50 miliardi di euro per incentivi alle imprese. Questo investimento, molto più alto di quanto costerebbe il piano straordinario per l’occupazione giovanile, non è stato in grado di far diminuire la disoccupazione.

Ci sono diritti fondamentali, sanciti dalla Costituzione italiana, che devono essere garantiti a tutti i lavoratori. Qualunque lavoro si faccia, in qualunque modo si svolga la propria attività, qualsiasi tipo di contratto si abbia, questi diritti dovranno essere sempre riconosciuti e accessibili.

Il diritto ad un lavoro decente e dignitoso, che si svolga nel rispetto della propria professionalità, in condizioni certe e trasparenti, scritte in un contratto. Il diritto ad una paga giusta e proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto. Il diritto al riposo, alla malattia di lunga durata e alla sicurezza sul lavoro. Il diritto alla conciliazione tra vita familiare e vita professionale. Il diritto alla riservatezza e il divieto dei controlli a distanza e il diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero anche nei luoghi di lavoro, nel rispetto della Costituzione. Il diritto ad una pensione adeguata alle proprie esigenze di vita. Il diritto all’informazione, ai saperi, alla formazione e alla libertà di organizzazione sindacale.

Non è un libro dei sogni, ma una proposta concreta, già presentata in Parlamento sotto forma di disegno di legge di iniziativa popolare. Una proposta di legge scritta da tanti importanti giuristi per cui la Cgil ha raccolto oltre 3 milioni di firme di cittadine e cittadini in tutta Italia. Si tratta di un testo di legge di 97 articoli con cui si supera la divisione tra garantiti e non garantiti, si stabiliscono dei diritti che devono valere per tutte le lavoratrici e i lavoratori, per permettere loro di progettare liberamente la propria vita.

Il diritto allo studio è il motore che permette di trasformare le capacità dei giovani in possibilità di sviluppo per il Paese, attraverso la piena realizzazione sociale di ogni suo cittadino. Gli investimenti che ogni Paese sostiene per realizzare il diritto allo studio rappresentano l’indice della capacità di ogni stato di creare futuro avvalendosi delle competenze, dei talenti e dei sogni dei propri studenti.

Il diritto allo studio è l’insieme degli strumenti che lo Stato, le regioni e gli enti locali mettono in campo per garantire realmente a tutti gli studenti pari opportunità nell’accesso ai più alti gradi della formazione: borse di studio, sussidi, servizi che permettono a ciascuno studente l’emancipazione alle proprie condizioni economiche di partenza e il superamento delle diseguaglianze.

Ll’Italia è ultima nell’area Ocse per spesa pubblica complessiva in istruzione. Il nostro Paese ha riservato il 7,1% della spesa delle amministrazioni pubbliche al ciclo compreso tra la scuola primaria e l’università.

Serve una legge quadro sul diritto allo studio che definisca dei livelli essenziali delle prestazioni in modo da vincolare le regioni, competenti in materia di diritto allo studio, ad erogare servizi e borse di studio conformi su tutto il territorio nazionale e rendere effettiva l’attuazione di questo diritto.

In Italia l’abbandono scolastico, nel 2016, è stato pari al 13,8%, un dato ancora lontano dall’obiettivo Europa 2020 del 10%. La CGIL ha da sempre sostenuto la necessità di estendere l’obbligo scolastico, non semplicemente di istruzione e formazione, fino ai 18 anni. Il nostro Paese può e si deve permettere di investire le risorse necessarie per far seguire, ai giovani che entrano nella scuola italiana, un percorso che consenta davvero la piena attuazione dei valori costituzionali di libertà, uguaglianza, democrazia e pieno sviluppo della persona umana.

Da quando è stato istituito, nel 1999, dapprima a livello nazionale per Medicina, Odontoiatria, Medicina Veterinaria, IMAT e Architettura, poi a livello locale in altre facoltà, a discrezione dei singoli Atenei e a condizione che venissero rispettati alcuni parametri, più volte sono state evidenti le distorsioni e le iniquità di questo modello.

I test d’ingresso stessi, spesso, hanno presentato irregolarità ed illeciti a cui sono seguiti ricorsi al TAR e clamorose vittorie da parte degli studenti.

Negli ultimi 20 anni più volte abbiamo sentito dire che il numero chiuso fosse un sistema di selezione basato sul merito e sulla concreta prospettiva occupazionale dei laureati.

Oggi, il numero chiuso, è la dimostrazione più evidente che il nostro sistema universitario è carente di strutture, di docenti e di fondi. Dobbiamo ripartire da qui, dal rifinanziamento, per avere le università pubbliche aperte a tutti e in cui le studentesse e gli studenti siano messi nelle stesse condizioni di proseguire e concludere il loro percorso di studi.

La sharing economy è una grande opportunità quando promuove il riuso, il riutilizzo e la condivisione attraverso l’uso di nuove tecnologie utili a rafforzare un modello di economia circolare, in cui professionisti, consumatori e cittadini in generale mettono a disposizione competenze, tempo, beni e conoscenze, con la finalità di creare legami virtuosi e incentivare stili di vita nuovi che riescono a favorire il risparmio o la ridistribuzione del denaro, la socializzazione e la salvaguardia dell’ambiente.

Negli ultimi anni abbiamo visto aumentare il numero di piattaforme di food delivery e una vera esplosione del loro numero di clienti, che ha sfondato quota 10 milioni di utenti, per un giro di affari stimato, nel 2017, in 400 milioni di euro.

Questi straordinari dati economici, però, non coincidono con le condizioni dei lavoratori. L’assunzione avviene con contratti di lavoro estremamente flessibili che danno al lavoratore un’autonomia che è solo sulla carta. Il sistema di ranking con cui vengono fatti i turni di lavoro, tengono in considerazione la quantità di ordini rifiutati e le cattive recensioni dei clienti, dando vita ad una competizione tra i riders, la cui sicurezza viene messa a repentaglio. Il tutto in una situazione in cui la paga avviene per ogni consegna, e non ad ora, con l’ovvia conseguenza che tutto il tempo in cui non ci sono ordini non viene pagato. Si scambia una finta autonomia e una finta flessibilità per l’assenza dei diritti più elementari, come le tutele assicurative, il diritto alla malattia o alle ferie.

Bisogna distinguere con chiarezza chi lavora per le piattaforme perché aderisce in modo volontario ai principi della sharing economy, che attualmente è circa il 40% dei riders, e chi invece utilizza questa forma di lavoro scegliendola come fonte primaria del proprio reddito o perché vive una condizione di necessità. che il 60% dei riders. Ai primi, purché non facciano consegne per più di 15 ore alla settimana, bisogna dare le tutele assicurative e gli strumenti per poter fare queste esperienze in sicurezza e senza dover usare mezzi propri; per i secondi, invece, bisogna tornare alla paga oraria, garantire tutti i diritti e le tutele previste dai contratti collettivi nazionale di riferimento della logistica.

Negli ultimi 6 anni, i tirocini sono quasi raddoppiati, passando da 186 mila nel 2012, a 394 mila nel 2015, per poi diminuire, durante l’esplosione dei voucher, e arrivare a 317 mila nel 2016. La maggior parte dei tirocini attivati è stata concentrata nel settore dei servizi, che con quasi 240 mila attivazioni rappresenta il 75,5% del totale, in gran parte del settore dei trasporti e del commercio che insieme totalizzano il 45,9%. Seguono il settore Industria 22,8%, con una prevalenza dell’industria in senso stretto 19,1%, la Pubblica Amministrazione 10,8%, altri servizi pubblici, sociali e personali 7,5% e il settore agricolo 1,8%.

Le linee guide sui tirocini extracurricolari approvate lo scorso anno allontanano ulteriormente questo strumento dalla sua originaria funzione formativa. La lunga durata dei tirocini, la possibilità che vengano rinnovati e la possibilità di utilizzo nei lavori stagionali favoriscono lo sfruttamento e la precarizzazione, a danno delle nuove generazioni e della qualità del lavoro nel Paese e a discapito di altri strumenti, maggiormente tutelanti e qualificanti, come l’apprendistato.

Per queste ragioni bisogna limitare la durata dei tirocini a 6 mesi, impedire ai soggetti ospitanti di attivare tirocini con soggetti che abbiano avuto un rapporto di lavoro o una collaborazione nei 2 anni precedenti all’attivazione. È necessario impedire che venga attivato un secondo tirocinio con lo stesso tirocinante, bloccare la possibilità di attivare tirocini per le aziende con solo personale a termine. Va recepito il divieto di attivare tirocini per professionisti abilitati o qualificati all’esercizio di professioni regolamentate per svolgere attività tipiche della professione. Infine è necessario portare il rimborso mensile a 800€, escludendo la possibilità di erogare contributi in forma forfettaria.

La crisi ha costretto numerose persone ad accettare lavori sottopagati e ad avventurarsi nel mondo delle promozioni nei dei centri commerciali e nei supermercati, soprattutto nei week-end. Questi ragazzi e ragazze, donne e uomini che hanno perso lavoro o che sono alla loro prima esperienza, sono disposti ad accettare pagamenti da parte di agenzie di eventi a 60-90 giorni dalla fine dell’attività svolta, con le spese di trasporto del materiale promozionale e per raggiungere il posto di lavoro a carico del lavoratore.

Il mondo delle promozioni adotta per lo più contratti di collaborazione occasionale che vengono rinnovati innumerevoli volte senza che questi portino a una reale assunzione a tempo indeterminato, creando un circolo vizioso perché gli orari e i luoghi di lavoro imposti dal datore di lavoro rendono il rapporto più di lavoro dipendente che di collaborazione.

All’interno dei contratti sono presenti clausole dove si intima il collaboratore che nel caso guadagni più di 5000 euro lordi annui solleva l’agenzia da ogni responsabilità, proprio per evitarne l’assunzione. Altri promoter, in particolare quelli della telefonia, vengono assunti senza una retribuzione fissa, ma riconoscendo loro solo le provvigioni del venduto, obbligandoli di fatto a fare un lavoro a tempo pieno senza che questo sia retribuito se non in base al risultato raggiunto.

Questi lavoratori devono passare dai finti contratti di collaborazione occasionale al part-time, gli va garantito un fisso che sia adeguato alla quantità e alla qualità del lavoro svolto e che il rimborso per eventuali spese passi dagli attuali 90 a 30 giorni dall’attività di promozione svolta.

Stiamo ormai alla fine dell’ultima fase della prima attuazione dell’alternanza scuola – lavoro, con gli studenti delle attuali classi quinte che saranno i primi ad aver svolto interamente il ciclo obbligatorio dell’alternanza.

Per la CGIL è di fondamentale importanza che siano garantiti diritti e percorsi formativi di qualità a tutti gli studenti che prendono parte a questa attività. Sono stati fatti numerosi sforzi per valorizzare le esperienze positive e intervenire su quelle negative, ma è necessario farlo con una forza maggiore. Crediamo sia necessario condividere a livello regionale quali sono le priorità e gli obiettivi dei progetti, in modo da poter integrare l’offerta formativa delle scuole con i bisogni del tessuto economico e industriale del territorio.

L’alternanza scuola – lavoro deve essere un laboratorio di sperimentazione, innovazione e applicazione di competenze trasversali, che riescano a realizzare quella contaminazione virtuosa che noi riteniamo fondamentale tra mondo della formazione e del lavoro, in modo da poter contribuire alla realizzazione di un sistema di orientamento migliore di quello attuale, che non è di alcun aiuto alla scelta del proprio futuro per gli studenti che terminano il proprio percorso di studi.

Un giovane che ha un’idea d’impresa difficilmente riesce a vederla trasformarsi in realtà a causa delle condizioni e delle garanzie richieste dagli istituti bancari, anche per piccoli finanziamenti, e sono costretti a chiudere quel sogno in un cassetto. Esistono anche esperienze positive di amministrazioni regionali, che hanno usato parte dei fondi europei per finanziare la creatività e l’innovatività dei giovani. Avere questa possibilità, però, non può dipendere dalla regione in cui si vive e dalla lungimiranza di una giunta regionale.

Dobbiamo individuare e destinare risorse pubbliche per trasformare le idee dei giovani in sviluppo per il Paese con un fondo ad hoc per gli under 30, con tassi e condizioni agevolati.

Facilitare l’accesso al credito non basta, dobbiamo dare ai giovani anche gli strumenti per progettare, strutturare e migliorare la loro idea attraverso un sistema di tutoraggio che li segua e li assista, dalla scrittura e presentazione della domanda di accesso al fondo, fino all’avvio effettivo della loro attività.